Una parola può lasciare aperta una possibilità
Il mio festivalfilosofia con Ologramma, tra caos, musica e parole

«Non sei capace.»
Pausa.
«Non sei capace ancora.»
Sono cominciati così i miei pochi minuti sul palco di Piazza Sant’Agostino,
prima del concerto degli Ologramma al festivalfilosofia.
Una sola parola in più.
Sei lettere.
Ancora.
Eppure la frase cambia.
“Non sei capace” può suonare come una conclusione.
“Non sei capace ancora” descrive la stessa difficoltà,
ma lascia aperto uno spazio.
Non promette che riusciremo sicuramente.
Non cancella i limiti, non trasforma ogni difficoltà in una favola a lieto fine.
Introduce semplicemente il tempo.
Dice che quello che siamo oggi non deve necessariamente coincidere
con quello che saremo domani.
Ed è stato proprio da qui che ho scelto di partire per introdurre
il concerto di Ologramma al festivalfilosofia 2026,
dedicato quest’anno al caos.
Mettere ordine significa anche dare un nome
Quando pensiamo al caos immaginiamo facilmente il disordine,
qualcosa da sistemare, separare, ricondurre dentro una forma comprensibile.
E una delle prime cose che facciamo quando proviamo a mettere ordine nel mondo
è dare un nome alle cose.
Diamo un nome a ciò che accade.
Diamo un nome alle emozioni.
Diamo un nome anche alle persone.
È necessario.
Le parole ci permettono di distinguere, comprendere, ricordare, comunicare.
Ma un nome può fare anche qualcos’altro.
Può diventare un confine.
Nei materiali con cui Ologramma racconta la propria esperienza
avevo incontrato una frase che mi aveva colpito particolarmente:
le persone vengono riconosciute
dal nome e non dalla patologia.
Mi è sembrata quasi scritta per quello di cui mi occupo da tempo.
Una diagnosi può essere importante.
Può descrivere una condizione, permettere di ricevere cure, strumenti, sostegni.
Ma una persona non coincide con la propria diagnosi.
Come un ragazzo non coincide con un voto.
Come un bambino non coincide con un “non è portato”.
Come un errore non coincide con chi lo ha commesso.
C’è una differenza enorme tra:
«Hai sbagliato.»
e
«Sei incapace.»
La prima frase racconta qualcosa che è successo.
La seconda rischia di cominciare a raccontare chi sei.

Le capacità non sono sempre qualcosa che possediamo già
Siamo abituati a parlare delle capacità come se fossero oggetti
che una persona ha oppure non ha.
“È portato.”
“Non è portato.”
“Ce l’ha.”
“Non ce l’ha.”
Eppure molte delle cose che oggi sappiamo fare
non le abbiamo trovate dentro di noi già pronte.
Le abbiamo costruite.
Nessuno nasce sapendo leggere.
Nessuno nasce sapendo suonare uno strumento.
Nessuno nasce sapendo parlare davanti a una piazza.
All’inizio, semplicemente, non sappiamo farlo.
Poi proviamo.
Sbagliamo.
Qualcuno ci insegna qualcosa.
Riproviamo.
E qualche volta quella che prima non era una nostra capacità lo diventa.
Questo non significa affermare che chiunque possa diventare qualsiasi cosa.
Significa qualcosa di molto più semplice:
ciò che oggi non sappiamo fare non coincide necessariamente
con tutto ciò che non sapremo mai fare.
È qui che quella piccola parola, ancora, diventa importante.
Il seme che non è ancora un fiore
Sul palco ho provato a raccontarlo con l’immagine di un seme.
Se guardiamo un seme appena messo nella terra possiamo dire:
«Qui non c’è nessun fiore.»
Ed è vero.
Il fiore non c’è.
Non c’è ancora.
Quell’“ancora” non garantisce che nascerà.
Serviranno acqua, luce, tempo, condizioni favorevoli.
E potrebbe anche non nascere.
Ma sarebbe strano guardare quel seme e concludere che,
siccome oggi non vediamo un fiore,
quel fiore non potrà mai esserci.
Con le persone qualche volta facciamo qualcosa di molto simile.
Prendiamo una fotografia di un momento e la trasformiamo nell’intero film.
“Non sa farlo.”
“Non sa farlo ancora.”
La realtà, in quell’istante, può essere esattamente la stessa.
Ma la seconda frase non mette il punto.
Dal caos alla musica
Poi c’era un’immagine ancora più adatta al luogo in cui ci trovavamo.
Una prima prova d’orchestra.
Qualcuno entra troppo presto.
Qualcuno perde il tempo.
Arriva una nota sbagliata.
Se entrassimo nella sala proprio in quel momento
potremmo sentire qualcosa che assomiglia parecchio al caos.
Potremmo persino pensare:
«Questa non è musica.»
E magari, in quell’istante, avremmo anche ragione.
Ma non è musica ancora.
Tra quella prima prova e il concerto ci sono tempo,
esercizio, errori, ascolto, indicazioni, relazioni.
Sul palco degli Ologramma ci sono persone diverse,
strumenti diversi, voci diverse, storie diverse.
Se ciascuno producesse soltanto il proprio suono
senza ascoltare gli altri avremmo rumore.
Quando invece quelle differenze entrano in relazione,
succede qualcosa.
Diventano musica.
Forse è una delle immagini più belle che mi porto dietro
da questa edizione del festivalfilosofia.
Mettere ordine nel caos non significa necessariamente
eliminare ciò che è diverso o costringerlo dentro una casella.
A volte significa trovare le connessioni
che permettono alle differenze di stare insieme.

La gentilezza della farfalla
Il concerto degli Ologramma aveva un titolo particolarmente adatto
a tutto questo:
“La gentilezza della farfalla”.
Impossibile non pensare alla celebre immagine legata alla teoria del caos:
una variazione apparentemente piccola può contribuire,
in un sistema complesso,
a produrre conseguenze molto più grandi.
Non mi interessava trasformare quella suggestione
in una lezione scientifica.
Mi interessava qualcosa di più semplice.
Anche una parola può sembrare piccolissima.
Ancora.
Eppure può cambiare il modo in cui un ragazzo guarda se stesso.
Può cambiare il modo in cui un insegnante guarda quel ragazzo.
Può cambiare il modo in cui noi guardiamo una persona
che abbiamo sistemato troppo velocemente dentro una definizione.
Una capacità, del resto,
non è sempre qualcosa che aspetta soltanto di essere scoperto.
A volte è qualcosa che si costruisce.
Nasce dall’incontro fra una persona,
il tempo, l’esercizio e qualcuno
che continua a pensare che valga la pena provare.
Le parole con cui pensiamo
Sul palco ho scelto di non parlare del mio ultimo libro.
Non ero lì per presentarlo.
Eppure, tornando a casa, mi sono reso conto
che buona parte di ciò che avevo provato a raccontare in quei minuti
appartiene esattamente al terreno dal quale è nato
“Le parole con cui pensiamo”.
Il libro parte da una domanda molto semplice:
le parole si limitano a descrivere ciò che vediamo
oppure contribuiscono anche al modo in cui lo vediamo?
Perché una parola può mettere qualcosa in primo piano
e lasciare qualcos’altro sullo sfondo.
Può descrivere un comportamento
oppure trasformarlo in un’identità.
Può aprire una possibilità
oppure chiuderla troppo presto.
Il problema non è pensare che basti cambiare una parola
per cambiare la realtà.
Non è così.
Ma le parole partecipano alla realtà delle nostre relazioni.
E alcune, soprattutto quando vengono ripetute da chi per noi conta,
possono finire per diventare anche le parole
con cui raccontiamo noi stessi.
Ancora
Prima di lasciare spazio alla musica
sono tornato alla parola da cui ero partito.
Ancora.
La prossima volta che ci verrà da dire a qualcuno:
“Non sei capace.”
“Non sei portato.”
“Non ce la fai.”
forse potremmo aspettare un secondo prima di mettere il punto.
Non per mentire.
Non per negare una difficoltà.
Non per convincerci che basta volere qualcosa perché accada.
Soltanto per chiederci
se quello che vediamo oggi esaurisca davvero
tutto ciò che quella persona potrà essere domani.
Perché forse il contrario di:
«Non sei capace»
non è necessariamente:
«Sei capace».
A volte può essere semplicemente:
«Puoi ancora diventarlo.»
Il mio intervento al festivalfilosofia
Qui sotto i primi minuti dell’evento,
con il mio intervento di introduzione al concerto di Ologramma.
L'Autore
Luigi Resta, autore di "Pensiero umano, intelligenza artificiale" e "Le parole con cui pensiamo". Scrivo di comunicazione, linguaggio, tecnologia e delle capacità umane che vale la pena continuare a esercitare nell'era dell'intelligenza artificiale.


