Le proteste degli studenti in Francia raccontano qualcosa che forse non riguarda soltanto la scuola. E nemmeno soltanto la Francia.
Da anni chiediamo ai ragazzi di alzare gli occhi dal telefono.
In Francia lo hanno fatto.
E adesso migliaia di loro sono davanti alle scuole, nelle piazze, nei cortei. Protestano, bloccano gli istituti, discutono, gridano. In alcuni casi ci sono stati scontri, violenze, incendi, arresti e feriti. Non avrebbe senso nasconderlo o trasformare una mobilitazione complessa in un racconto romantico.
Ma se guardiamo soltanto quelle immagini rischiamo, ancora una volta, di vedere il punto più illuminato e scambiarlo per tutto il paesaggio.
Perché quei ragazzi stanno anche dicendo qualcosa.
Le rivendicazioni che si ripetono da una città all’altra riguardano la mancanza di insegnanti, le classi sovraffollate, edifici scolastici degradati, orari pesanti, scarsità di risorse e il funzionamento di Parcoursup, il sistema attraverso il quale gli studenti francesi accedono all’istruzione superiore. Nei loro racconti compare continuamente anche un’altra parola: futuro. O, meglio, la paura di non riuscire a costruirsene uno.
Il 6 ottobre la mobilitazione si è allargata ulteriormente. Secondo i dati riportati da Le Monde, 891 licei su circa 3.700 hanno avuto lezioni sospese totalmente o parzialmente; alle manifestazioni si sono aggiunti anche studenti universitari, insegnanti, genitori e altre organizzazioni.
Qualche mese fa avevo scritto un articolo intitolato «Non spegnete quel faro».
Parlava di social, solitudine e disagio giovanile.
La tesi non era che i social fossero innocui. Al contrario: parlavo di piattaforme costruite per trattenere l’attenzione, confronto sociale, bisogno di approvazione, cyberbullismo, meccanismi capaci di amplificare fragilità già presenti.
Ma mi preoccupava un’altra scorciatoia.
«Il rischio è confondere il luogo nel quale il disagio si manifesta con il luogo nel quale il disagio ha origine.»
E più avanti:
«I social possono amplificare fragilità, confronti e paure. Non spiegano da soli il disagio di una generazione.»
Quella distinzione oggi mi torna in mente guardando la Francia.
Non perché le manifestazioni francesi dimostrino che quell'articolo aveva ragione. Un movimento sociale non può essere trasformato nella conferma di una tesi scritta mesi prima.
Però ci costringe a guardare anche fuori dallo schermo.
Che cosa rimane quando togliamo il telefono dalla fotografia?
Rimangono ragazzi che chiedono insegnanti.
Rimangono classi nelle quali, secondo le testimonianze raccolte in questi giorni, mancano docenti e personale, gli edifici hanno problemi strutturali e le condizioni quotidiane vengono percepite come inadeguate.
Rimane l’ansia dell’orientamento.
Rimane la sensazione che decisioni importanti per il proprio futuro passino attraverso meccanismi che molti studenti sentono lontani e difficili da controllare.
Rimane soprattutto una richiesta che attraversa testimonianze diverse: essere ascoltati.
Nel mio articolo di luglio mi domandavo:
«Quanto spazio reale offrono le nostre città, le scuole, le famiglie e le comunità per incontrarsi, sbagliare, giocare, creare, discutere e sentirsi parte di qualcosa?»
Non era una domanda contro i social.
Era una domanda rivolta a noi adulti.
Perché è relativamente semplice osservare un ragazzo chino sul telefono e domandargli perché non faccia altro.
È molto più scomodo domandarsi che cosa gli abbiamo offerto come alternativa.
Una scuola nella quale sentirsi riconosciuto?
Luoghi nei quali incontrarsi senza dover consumare qualcosa?
Adulti disponibili ad ascoltare?
La possibilità di immaginare il futuro senza percepirlo soltanto come una sequenza di esami, graduatorie, selezioni e prestazioni?
Quando un ragazzo cerca appartenenza dentro uno schermo possiamo attribuire la responsabilità allo schermo.
Quando migliaia di ragazzi escono da quello schermo e occupano lo spazio pubblico, quella spiegazione non basta più.
E poi c’è una parola: «rivolta»
In questi giorni utilizziamo parole diverse per descrivere ciò che sta accadendo in Francia.
«Protesta».
«Mobilitazione».
«Blocco».
«Disordini».
«Rivolta».
Non sono sinonimi perfetti.
E non è una questione di correttezza politica.
Se diciamo «rivolta», la prima immagine che arriva è lo scontro: polizia, barricate, incendi, arresti.
Quei fatti esistono. Reuters ha documentato violenti scontri e il 7 ottobre il governo francese ha sospeso temporaneamente l'uso di alcune granate stordenti dopo il grave ferimento di un quindicenne.
Se diciamo «mobilitazione studentesca», entrano invece nell'inquadratura le richieste, le scuole, gli insegnanti mancanti, Parcoursup, il finanziamento dell'istruzione.
Anche questi fatti esistono.
La parola scelta non inventa la realtà.
Decide però quale parte della realtà entra per prima nel nostro campo visivo.
E quando una parte occupa tutto lo spazio, il resto può scomparire.
È un meccanismo che incontriamo continuamente nella comunicazione pubblica: ciò che conquista il centro della scena tende a diventare, per chi osserva da lontano, la spiegazione dell'intero fenomeno.
Così una protesta può diventare soltanto ordine pubblico.
Un adolescente può diventare soltanto il suo smartphone.
Un problema complesso può ricevere un colpevole semplice.
Il governo francese, intanto, ha cominciato ad ascoltare
C'è un particolare che merita attenzione.
Dal 7 ottobre tutti i licei francesi devono dedicare mezza giornata a un momento di dialogo interno. Il ministero dell'Istruzione ha inoltre aperto fino al 23 ottobre una consultazione nazionale attraverso la piattaforma Agora, invitando gli studenti a raccontare difficoltà, aspettative e proposte per migliorare la loro esperienza scolastica.
Non significa che il conflitto sia risolto.
Non significa neppure che tutte le richieste degli studenti siano realizzabili o che ogni forma assunta dalla protesta sia accettabile.
Significa però che, dopo settimane nelle quali il rumore è diventato sempre più forte, si è aperto uno spazio istituzionale dedicato alla loro parola.
Ed è difficile non notare il paradosso.
Abbiamo spesso raccontato questa generazione come incapace di comunicare senza uno smartphone.
Ora è lo Stato a organizzare una mezza giornata perché possa parlare.
Forse il faro indicava qualcos'altro
Quando scrissi «Non spegnete quel faro», utilizzai quell'immagine pensando ai segnali che un ragazzo può lasciare online.
Un post insolito.
Una fotografia.
Una frase.
Una canzone condivisa nel cuore della notte.
Non tutto è una richiesta di aiuto, naturalmente. Ma a volte un contenuto è anche un modo imperfetto per dire: guardatemi, ascoltatemi, accorgetevi che ci sono.
La Francia ci mostra l'altra possibilità.
Il segnale può uscire dal telefono.
Può diventare uno striscione davanti a una scuola.
Può diventare un corteo.
Può diventare anche rabbia, disordine, qualcosa che disturba la nostra quotidianità e che non approviamo.
Ma una volta che quel segnale è diventato impossibile da ignorare, rimane una scelta.
Possiamo discutere soltanto di come farlo smettere.
Oppure possiamo provare anche a capire che cosa lo abbia acceso.
Le due cose non si escludono.
Condannare una violenza non obbliga a ignorare una richiesta.
Prendere sul serio una richiesta non obbliga a giustificare una violenza.
È proprio quando riusciamo a tenere insieme entrambe le informazioni che cominciamo a vedere il quadro.
A luglio concludevo quell'articolo con una domanda da rivolgere ai ragazzi:
«Che cosa trovi lì che non riesci a trovare qui?»
Oggi quella domanda mi sembra ancora più interessante.
Perché alcuni ragazzi francesi sono usciti da quel «lì».
Sono venuti «qui».
Nelle scuole, nelle strade, nelle piazze.
E stanno provando a rispondere.
Per anni abbiamo chiesto loro di alzare gli occhi dallo schermo.
Adesso che lo hanno fatto, dovremmo almeno ascoltare che cosa stanno cercando di dirci.
Fonti e approfondimenti:
- Le Monde – What students are voicing during high school blockades
- Le Monde – High school students' movement grows
- Reuters – France suspends use of stun grenades during student protests
- Ministère de l'Éducation nationale – Temps lycéens
- Luigi Resta – Non spegnete quel faro. Social, solitudine e giovani
L'Autore
Luigi Resta, autore di "Pensiero umano, intelligenza artificiale" e "Le parole con cui pensiamo". Scrivo di comunicazione, linguaggio, tecnologia e delle capacità umane che vale la pena continuare a esercitare nell'era dell'intelligenza artificiale.


