IA a scuola: vietarla agli studenti o insegnare a usarla?

3 Set 2026 | Educazione

Il problema non è soltanto chi può usare l’IA, ma che cosa decidiamo di affidarle

New York ha scelto una linea piuttosto netta, almeno per i più giovani.

Per l’anno scolastico 2026-2027, nelle scuole pubbliche della città gli studenti dal 2-K fino all’ottavo grado non potranno utilizzare direttamente strumenti di intelligenza artificiale generativa rivolti agli studenti. Si tratta di una moratoria di un anno. Gli insegnanti, invece, potranno continuare a utilizzare strumenti di IA per la preparazione delle lezioni e alcune attività operative, ma non per assegnare voti o prendere decisioni sugli studenti.

Alle superiori la scelta cambia: sono previsti moduli di alfabetizzazione all’intelligenza artificiale e alcune sperimentazioni limitate, sotto la supervisione degli insegnanti.

Questo dettaglio mi sembra importante, perché racconta una posizione un po’ diversa dal semplice "teniamo l’IA fuori dalla scuola". Semmai dice: non tutte le età sono uguali e non tutto ciò che tecnicamente possiamo mettere nelle mani di uno studente dobbiamo necessariamente mettercelo subito.

Prima imparare a fare, poi eventualmente delegare

La motivazione è comprensibile. Prima di affidare qualcosa a una macchina, un ragazzo dovrebbe avere il tempo di imparare a farlo da sé: provare, sbagliare, cercare una soluzione, scrivere e riscrivere, costruirsi poco alla volta un metodo. C’è una parte dell’apprendimento che passa proprio dalla fatica di non sapere ancora come si fa.

Resta però una questione che mi interessa.

Che cosa succede se uno studente non può chiedere all’IA di spiegargli un argomento, ma quella stessa spiegazione gli arriva da un insegnante che ha utilizzato l’IA mentre preparava la lezione? Oppure se non può utilizzarla per costruire un esercizio, ma l’esercizio che trova sul banco è stato preparato anche con il suo aiuto?

L’intelligenza artificiale, in quel caso, non è uscita dalla scuola. Ha semplicemente cambiato mani.

E non c’è necessariamente una contraddizione. Un insegnante ha esperienza, competenze disciplinari, capacità di verifica e soprattutto una responsabilità professionale che un bambino o un ragazzo deve ancora costruire. È ragionevole che possa utilizzare strumenti che non vengono lasciati direttamente e liberamente a uno studente.

Proprio per questo, però, la domanda diventa meno banale. Non riguarda soltanto chi può utilizzare l’intelligenza artificiale, ma che cosa ciascuno di noi decide di affidarle.

Che cosa sta accadendo nelle scuole italiane

Anche nelle scuole italiane questa discussione sta diventando molto concreta. Il 2 agosto 2026 è iniziata un’ulteriore fase importante nell’applicazione dell’AI Act europeo e, al di là delle scadenze normative, molti istituti stanno cercando di trasformare principi come alfabetizzazione all’IA, trasparenza, protezione dei dati e controllo umano in regole che abbiano un senso dentro una classe.

All’IIS "Agostino Paradisi" di Vignola, nel modenese, ad esempio, è stato avviato un percorso di informazione, formazione e regolamentazione progressiva dell’intelligenza artificiale.

La scelta non è quella di incoraggiarne l’uso indiscriminato, ma nemmeno di comportarsi come se lo strumento non esistesse. Quando il docente lo consente, gli studenti possono utilizzare l’IA come supporto dichiarato e non sostitutivo. Il lavoro consegnato deve continuare a rappresentare il percorso personale dello studente e le attività che prevedono l’uso dell’IA devono essere progettate e mediate dall’insegnante. Non esiste, naturalmente, alcun obbligo generalizzato di utilizzarla.

Nemmeno per i docenti si tratta di un lasciapassare. L’IA può aiutare nella fase preliminare di un lavoro, ma non può diventare la fonte unica di una decisione didattica, valutativa o amministrativa. Ciò che produce deve essere controllato e la responsabilità rimane della persona che decide di utilizzarlo.

Poi ci sono privacy, dati personali, minori, allucinazioni, bias. Questioni che qualche volta sembrano accessorie quando discutiamo di ChatGPT a scuola e che invece diventano molto concrete appena qualcuno inserisce in un sistema esterno il compito di uno studente, una valutazione o informazioni che lo riguardano.

Forse non sono due strade così diverse

A questo punto, più che due strade opposte, comincio a vederne una sola con passaggi diversi.

Con i più piccoli può avere senso limitare fortemente l’accesso diretto e proteggere quella parte dell’apprendimento nella quale bisogna ancora costruire gli strumenti di base. Crescendo, però, diventa difficile immaginare che la risposta possa continuare a essere soltanto il divieto.

Prima o poi quel ragazzo incontrerà l’intelligenza artificiale nello studio, nel lavoro e probabilmente in molte attività quotidiane. Sapere che esiste non significa ancora sapere come utilizzarla.

Ed è qui che la distinzione tra supporto e sostituzione comincia a essere utile.

Un ragazzo che ha provato a capire un passaggio di matematica e poi chiede all’IA di spiegarglielo in un altro modo sta necessariamente evitando di pensare? Non direi. Se invece fotografa l’esercizio ancora prima di averlo letto e chiede direttamente la soluzione, qualcosa cambia.

Vale anche per gli adulti. Un insegnante può utilizzare l’IA per avere una prima traccia di un esercizio e poi modificarla, verificarla, adattarla alla propria classe. Ma può anche accettare progressivamente ciò che gli viene proposto senza interrogarsi più di tanto sulla struttura, sul linguaggio o persino sulla correttezza.

Tecnicamente, in entrambi i casi, "ha usato l’IA". Dal punto di vista del lavoro intellettuale, però, non ha fatto la stessa cosa.

Il confine tra supporto e sostituzione

Forse è anche per questo che mi convince poco quando tutta la discussione viene ridotta a "IA sì" oppure "IA no".

Non credo che il compito della scuola possa esaurirsi nell’insegnare a scrivere un buon prompt, così come non può limitarsi a compilare un elenco di piattaforme consentite e vietate.

Prima viene un’altra capacità, più difficile da insegnare e anche da misurare: accorgersi di che cosa stiamo ancora facendo noi e di che cosa, poco alla volta, abbiamo cominciato a far fare alla macchina.

Vale per gli studenti, naturalmente.

Ma non sono così sicuro che noi adulti abbiamo già imparato a distinguerlo.


Fonti e approfondimenti

  • New York City Mayor’s Office – Mayor Mamdani and Chancellor Samuels Put Students First with Nation’s Broadest Generative AI Moratorium in Schools, 2 settembre 2026
  • New York City Public Schools – Guidance on Artificial Intelligence and Screen Time, anno scolastico 2026-2027
  • Commissione europea – AI Act, calendario di applicazione e disposizioni sull’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale
  • IIS "Agostino Paradisi" di Vignola – documentazione interna sull’informazione, formazione e regolamentazione dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale

L'Autore
Luigi Resta, autore di "Pensiero umano, intelligenza artificiale" e "Le parole con cui pensiamo". Scrivo di comunicazione, linguaggio, tecnologia e delle capacità umane che vale la pena continuare a esercitare nell'era dell'intelligenza artificiale.

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