Non spegnete quel faro

25 Lug 2026 | Educazione

Il disagio giovanile non si risolve premendo un interruttore

Ogni volta che il disagio dei ragazzi diventa evidente, noi adulti cerchiamo qualcosa da sequestrare.

Un tempo erano i fumetti, poi la televisione, i videogiochi, il cellulare. Oggi sono i social network. Individuato il colpevole, la soluzione sembra quasi automatica: vietare.

In Australia sono già entrate in vigore limitazioni per gli utenti con meno di sedici anni. In Francia e nel Regno Unito si stanno sviluppando provvedimenti analoghi, accompagnati dalla promessa di proteggere i più giovani dalla dipendenza, dal confronto sociale, dalla perdita di attenzione e dal disagio psicologico.

Misure presentate spesso come una svolta storica, quasi fossero la cura capace di restituire serenità, sonno, concentrazione e socialità a un’intera generazione.

Ma un divieto può interrompere un comportamento. Non può, da solo, guarire la ragione per cui quel comportamento è nato.

Possiamo togliere uno smartphone dalle mani di un ragazzo. Non possiamo immaginare che, insieme allo smartphone, scompaiano la sua ansia, il senso di inadeguatezza, la paura di non essere accettato, la difficoltà di parlare con gli adulti, la solitudine vissuta in famiglia, a scuola o nel gruppo dei pari.

Il rischio è confondere il luogo nel quale il disagio si manifesta con il luogo nel quale il disagio ha origine.

Non si tratta di difendere i social così come sono

Essere contrari a un divieto generalizzato non significa negare i problemi.

Le piattaforme digitali sono progettate per trattenere la nostra attenzione. Lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche, i suggerimenti personalizzati, il conteggio pubblico dei like e le ricompense imprevedibili costruiscono un ambiente nel quale fermarsi diventa difficile.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato una crescita dell’uso problematico dei social tra gli adolescenti. È un dato serio, che richiede interventi altrettanto seri.

Ma uso dei social e dipendenza non sono sinonimi. Non tutti i ragazzi utilizzano le piattaforme nello stesso modo e non tutti reagiscono allo stesso modo agli stessi contenuti.

Il problema non riguarda soltanto quanto tempo trascorrono online. Conta ciò che incontrano, ciò che cercano, il motivo per cui vi entrano, la qualità delle relazioni che possiedono fuori dallo schermo e la fragilità che portano con sé.

Dobbiamo quindi regolare le piattaforme, limitare le funzioni manipolative, proteggere i dati personali, contrastare il cyberbullismo, impedire forme invasive di pubblicità comportamentale e rendere gli algoritmi più trasparenti.

Ma una cosa è intervenire sull’architettura persuasiva delle piattaforme. Un’altra è espellere i ragazzi dal luogo nel quale, nel bene e nel male, si svolge una parte importante della loro vita sociale.

La dopamina non è il nemico

Spesso si racconta che i social “producono dopamina”, come se questa sostanza fosse una droga fabbricata dallo smartphone.

La realtà è più complessa.

La dopamina non è semplicemente “la molecola del piacere”. Partecipa ai processi di motivazione, anticipazione, apprendimento e ricerca della ricompensa. Il nostro cervello impara a prestare attenzione a ciò che potrebbe procurarci qualcosa di importante.

Durante l’adolescenza, inoltre, il giudizio dei coetanei, l’accettazione sociale e il senso di appartenenza assumono un valore particolarmente intenso. L’identità è ancora in costruzione e un like, un commento o una risposta possono essere interpretati come segnali di riconoscimento, inclusione o esclusione.

L’imprevedibilità amplifica il meccanismo.

Non sappiamo quando arriverà una risposta, quante persone guarderanno una storia, se qualcuno commenterà una fotografia. Così controlliamo ancora. Poi ancora una volta.

Ma la domanda decisiva non è soltanto:

Perché il ragazzo continua a cercare quella ricompensa?

La domanda più profonda è:

Perché ne ha così tanto bisogno?

Perché quel segnale digitale è diventato così importante? Perché l’approvazione di uno sconosciuto riesce a colmare, almeno per pochi secondi, un vuoto che nessuna presenza reale sembra raggiungere?

Se ci limitiamo a demonizzare la dopamina, trasformiamo un meccanismo umano in un alibi.

La ricerca dell’attenzione e del riconoscimento esisteva molto prima di Instagram e TikTok. I social l’hanno resa misurabile, continua e commerciabile. Non l’hanno inventata.

Il paradosso dell’iperconnessione

Mai come oggi un ragazzo ha avuto la possibilità di raggiungere milioni di persone.

E mai come oggi può sentirsi solo.

È il grande paradosso dell’iperconnessione: avere una platea potenzialmente infinita e non sapere chi chiamare quando si sta male.

Si può ricevere un messaggio da un altro continente e non trovare nessuno disposto a sedersi accanto a noi.

Si può avere una chat piena e non una persona alla quale raccontare la verità.

Si può essere guardati da migliaia di utenti e non sentirsi realmente visti da nessuno.

Questa è la contraddizione che dovremmo affrontare.

Non basta domandare ai ragazzi quanto tempo trascorrano davanti allo schermo. Dovremmo domandare quanto tempo trascorriamo noi davanti a loro.

Quanto li ascoltiamo senza giudicarli?

Quanto conosciamo delle loro paure?

Quanto siamo disponibili quando provano a parlarci, magari nel momento meno opportuno?

Quanto spazio reale offrono le nostre città, le scuole, le famiglie e le comunità per incontrarsi, sbagliare, giocare, creare, discutere e sentirsi parte di qualcosa?

I ragazzi non hanno smesso di desiderare relazioni. Le stanno cercando dove riescono a trovarle.

“Guardatemi” non significa sempre “ammiratemi”

Noi adulti interpretiamo spesso l’esposizione sui social come narcisismo.

Vediamo un selfie e pensiamo alla vanità. Vediamo una storia malinconica e pensiamo alla ricerca di consenso. Vediamo un video provocatorio e pensiamo al desiderio di diventare famosi.

A volte è così.

Ma non sempre la richiesta di attenzione nasce dal desiderio di essere al centro della scena.

Talvolta nasce dal terrore di essere invisibili.

Un ragazzo che pubblica continuamente potrebbe non stare dicendo:

Guardate quanto sono bello.

Potrebbe stare dicendo:

Vi prego, accorgetevi che esisto.

Una frase oscura, una fotografia ripetuta, una canzone condivisa nel cuore della notte, un’immagine del proprio corpo, un video aggressivo o apparentemente assurdo possono diventare il vocabolario imperfetto di un dolore che non possiede ancora parole adeguate.

Non ogni contenuto è una richiesta di aiuto. Ma alcune richieste di aiuto assumono proprio la forma di un contenuto.

L’adolescente non sempre entra in cucina e dice:

Mi sento solo, non riesco a riconoscermi, ho paura di non valere nulla e avrei bisogno che qualcuno mi ascoltasse.

Più facilmente lascia un segnale.

Una frase. Una fotografia. Un silenzio insolito. Un cambiamento nel modo di vestirsi. Un post che noi adulti liquidiamo come una sciocchezza.

Accende un piccolo faro, sperando che qualcuno lo veda.

I social possono certamente esporre i giovani a confronti distruttivi, molestie, bullismo e contenuti dannosi.

Ma possono anche offrire espressione, appartenenza, contatto con persone che condividono esperienze simili e, in alcuni casi, un primo accesso alla richiesta di aiuto.

Togliere questa possibilità senza avere costruito un’alternativa significa rischiare di spegnere il faro senza avere raggiunto chi lo aveva acceso.

Il divieto può nascondere il sintomo

Un ragazzo escluso dai social non diventa automaticamente meno solo.

Può perdere il contatto con dinamiche tossiche. Può dormire di più, studiare meglio e sottrarsi alla pressione continua del confronto.

Ma può anche perdere una parte delle conversazioni del proprio gruppo, non conoscere gli appuntamenti organizzati dagli amici, sentirsi diverso dai compagni o cercare ambienti alternativi più nascosti e meno controllabili.

Una limitazione può produrre effetti positivi quando viene accompagnata da educazione, dialogo, alternative reali e regole condivise.

Quando invece viene vissuta soltanto come un’imposizione, rischia di generare isolamento, incomprensione e conflitto.

Non è sufficiente sottrarre. Bisogna accompagnare e sostituire.

Diversamente, il dolore non scompare. Diventa soltanto meno visibile agli adulti.

E un disagio invisibile non è un disagio risolto.

Sostituire, non soltanto vietare

Ogni volta che togliamo qualcosa a un ragazzo dobbiamo domandarci che cosa gli stiamo offrendo al suo posto.

Se togliamo ore di connessione digitale, dobbiamo restituire occasioni di connessione umana.

Se limitiamo le chat, dobbiamo creare luoghi nei quali incontrarsi.

Se chiediamo di rinunciare alla gratificazione immediata, dobbiamo offrire esperienze capaci di generare soddisfazione, competenza e appartenenza:

  • sport;
  • musica;
  • teatro;
  • volontariato;
  • natura;
  • laboratori creativi;
  • associazioni;
  • biblioteche aperte;
  • centri giovanili;
  • spazi pubblici realmente accessibili.

Se vogliamo che parlino con gli adulti, dobbiamo diventare adulti con cui sia possibile parlare.

Questo significa famiglie meno giudicanti e più presenti.

Significa scuole dotate di spazi di ascolto continuativi, non soltanto di interventi emergenziali dopo una tragedia.

Significa insegnanti formati a riconoscere i cambiamenti nel comportamento, servizi psicologici accessibili, educazione emotiva e digitale.

Significa costruire comunità nelle quali un adolescente possa sentirsi utile prima ancora che problematico.

Modificare le piattaforme, non soltanto espellere i ragazzi

Sostituire significa anche intervenire sulle piattaforme senza limitarsi a vietarle.

Servono misure concrete (alcune piattaforme lo fanno già per gli account dedicati ai teen ager, ma pochi lo sanno):

  • profili privati come impostazione iniziale;
  • messaggi da sconosciuti bloccati per impostazione predefinita;
  • notifiche notturne disattivate;
  • eliminazione dello scorrimento infinito;
  • limitazione della riproduzione automatica;
  • feed meno manipolativi;
  • indicatori pubblici di popolarità nascosti;
  • pubblicità profilata vietata ai minori;
  • procedure di segnalazione realmente efficaci;
  • maggiore responsabilità delle piattaforme sui contenuti suggeriti.

Non libertà senza regole, dunque.

Ma nemmeno regole senza relazioni.

La responsabilità non può ricadere soltanto sui ragazzi

È troppo semplice affermare che i giovani non possiedano autocontrollo mentre investiamo miliardi nella costruzione di strumenti progettati per superarlo.

Non possiamo consegnare a un tredicenne una piattaforma ottimizzata da psicologi, designer, algoritmi e sistemi predittivi e poi considerarlo colpevole perché non riesce a chiuderla.

Ma sarebbe altrettanto semplice attribuire alle piattaforme la responsabilità di ogni forma di sofferenza giovanile.

I social possono amplificare fragilità, confronti e paure. Non spiegano da soli il disagio di una generazione che vive anche:

  • la pressione scolastica;
  • l’incertezza sul futuro;
  • l’isolamento familiare;
  • la paura del giudizio;
  • la precarietà delle relazioni;
  • la perdita degli spazi pubblici;
  • la difficoltà crescente di essere ascoltata.

Trasformare i social nell’unico colpevole rischia di assolvere tutti gli altri.

Assolve gli adulti assenti.

Assolve una scuola concentrata sulla prestazione più che sulla persona.

Assolve città nelle quali un adolescente non ha luoghi gratuiti in cui incontrarsi.

Assolve comunità che si accorgono dei ragazzi soprattutto quando disturbano.

Assolve una società che chiede loro di mostrarsi perfetti, competitivi e felici, per poi accusarli di cercare conferme.

Prima di spegnere lo schermo, accendiamo una relazione

La vera domanda non è se i social facciano bene o male.

Possono fare entrambe le cose. Dipende dalla persona, dal momento, dal contenuto, dalla durata, dal contesto e soprattutto da ciò che esiste fuori dallo schermo.

La domanda è che cosa stia cercando quel ragazzo quando prende in mano il telefono.

Sta cercando distrazione?

Appartenenza?

Una conferma?

Una risposta?

Qualcuno che attraversi la sua stessa paura?

Un posto nel quale non sentirsi giudicato?

Oppure sta semplicemente cercando di non rimanere solo con i propri pensieri?

Prima di domandargli:

Perché passi tutto quel tempo sui social?

Proviamo a chiedergli:

Che cosa trovi lì che non riesci a trovare qui?

La sua risposta potrebbe farci male.

Potrebbe dirci che online trova ascolto, mentre in casa trova fretta.

Che nella chat trova il coraggio di parlare, mentre a scuola teme di essere deriso.

Che uno sconosciuto gli ha chiesto come stava, mentre le persone vicine si sono limitate a domandargli che voto avesse preso.

Ed è proprio da questa risposta che dovremmo ripartire.

Il nemico non è lo schermo in sé.

Il nemico è la solitudine che rende quello schermo l’unico rifugio possibile.

Il nemico è l’invisibilità.

È l’impossibilità di pronunciare il proprio dolore e di trovare qualcuno disposto a sostenerne il peso.

Proteggere i ragazzi non significa soltanto impedire loro di entrare in alcuni luoghi.

Significa fare in modo che abbiano luoghi migliori nei quali andare.

Non basta spegnere una piattaforma.

Occorre accendere una palestra, un teatro, un cortile, una conversazione, una comunità.

Occorre accendere lo sguardo di un genitore, la sensibilità di un insegnante, la presenza di un amico, la responsabilità di un adulto.

Soprattutto, occorre non spegnere quel piccolo faro che un ragazzo ha acceso su di sé.

Forse non sta chiedendo di essere ammirato.

Forse sta cercando qualcuno che, finalmente, lo veda.


Fonti e approfondimenti


L’Autore
Luigi Resta, esperto di tecnologia e comunicazione, autore del libro “Pensiero Umano, Intelligenza Artificiale”. Da anni mi occupo del rapporto tra uomo e tecnologia, con un’attenzione particolare al valore dell’intelligenza umana nell’era digitale.

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