Saggio
Le parole con cui pensiamo
Come il linguaggio orienta ciò che vediamo, giudichiamo e scegliamo

Un libro sulle parole. Ma soprattutto su quello che le parole fanno.
Ci sono libri che insegnano a parlare meglio, libri dedicati alla retorica, manuali di comunicazione e repertori delle tecniche persuasive.
"Le parole con cui pensiamo" nasce da una domanda diversa.
Che cosa succede quando smettiamo per un momento di guardare soltanto ciò che una frase significa e cominciamo a osservare che cosa sta facendo mentre viene usata?
Una parola può stabilire il perimetro di un problema. Una domanda può contenere una premessa prima ancora che qualcuno provi a rispondere. Un'etichetta può trasformare un comportamento in un'identità. Una metafora può rendere naturale un certo modo di pensare.
Perfino una serie di fatti tutti veri può costruire un quadro fuorviante se lascia fuori proprio ciò che potrebbe modificarne il senso.
È questo lo spazio che ho cercato di esplorare: quello delle parole che usiamo continuamente e che, proprio perché ci sono familiari, spesso smettiamo di guardare.
La tesi del libro
L'idea che attraversa il volume è semplice da formulare e molto meno semplice da mettere in pratica:
comprendere una frase significa anche chiedersi che cosa quella frase stia facendo mentre viene pronunciata.
Descrive? Seleziona? Suggerisce una causa? Introduce una premessa? Riduce le alternative possibili? Sposta l'attenzione su un elemento lasciandone altri sullo sfondo?
Il linguaggio, visto da questa prospettiva, non è soltanto un involucro dentro cui inseriamo i fatti. Partecipa al modo in cui quei fatti acquistano significato.
Questo non significa che tutto sia manipolazione o che dietro ogni frase debba nascondersi una strategia.
Le stesse strutture linguistiche possono essere usate consapevolmente, nascere dall'abitudine, derivare dalla cultura o essere semplicemente il modo più immediato con cui proviamo a raccontare una realtà complessa.
La questione che mi interessa è un'altra:
imparare a riconoscerle.
Dalla vita quotidiana allo spazio pubblico
Sono partito spesso da espressioni che sembrano troppo normali per meritare attenzione.
"Sono fatto così."
"Senza offesa."
"Lo sanno tutti."
Frasi che possiamo pronunciare a tavola, al lavoro, tra amici, durante una discussione o mentre raccontiamo qualcosa a noi stessi.
Poi lo sguardo si allarga.
Entrano in scena le etichette con cui raccontiamo noi stessi e gli altri, le metafore con cui interpretiamo problemi complessi, le domande che orientano una risposta, le parole della paura e dell'urgenza, il prestigio attribuito all'autorità, le omissioni, gli slogan, le alternative che scompaiono e alcune delle più comuni scorciatoie argomentative.
Gli stessi meccanismi attraversano anche i media, la pubblicità, i social e naturalmente la comunicazione pubblica e politica.
Non mi interessa stabilire da quale parte vengano usati.
Mi interessa imparare a vederli.
Perché un meccanismo linguistico non cambia natura a seconda che a utilizzarlo sia qualcuno con cui siamo d'accordo oppure qualcuno che non sopportiamo.
Non diventare diffidenti. Diventare più attenti.
Un libro come questo potrebbe facilmente trasformarsi in un catalogo della manipolazione.
Non era ciò che volevo scrivere.
Non credo sia utile immaginare un manipolatore dietro ogni parola, né vivere ogni conversazione come se nascondesse una trappola.
Mi interessa qualcosa di più semplice: riuscire, qualche volta, a rallentare il giudizio abbastanza da vedere il modo in cui una frase lo sta preparando.
È una differenza importante.
Perché sposta il problema dalla denuncia all'autonomia.
Non possiamo scegliere tutte le parole che ci raggiungono.
Possiamo però imparare a riconoscere quelle che stanno cercando di scegliere per noi.
Probabilmente è questa la frase che meglio riassume ciò che ho cercato di fare nel libro.
Dal significato al giudizio
Il percorso si sviluppa in ventisette capitoli, organizzati in quattro parti.
Si parte dal peso delle parole e dalla loro capacità di "fare cose". Si attraversano metafore, dialogo interiore, persuasione e silenzio. Lo sguardo passa poi dalle relazioni allo spazio pubblico, fino ad arrivare ai meccanismi con cui una domanda, un argomento o una selezione di fatti possono orientare il nostro giudizio.
Non volevo scrivere un trattato di linguistica né un manuale accademico.
Ho cercato piuttosto di costruire una cassetta degli attrezzi intellettuale fatta di situazioni riconoscibili, esempi concreti, ricerche e concetti che potessero essere compresi senza possedere una formazione specialistica.
Prima il fenomeno, poi il suo nome
Nel libro i termini tecnici arrivano quasi sempre dopo i fenomeni.
Prima viene una frase.
Una scena.
Una domanda.
Qualcosa che potremmo aver ascoltato in televisione, letto sui social, sentito durante una conversazione o pronunciato personalmente.
Solo dopo scopriamo che quel meccanismo possiede magari un nome, una storia e una letteratura scientifica.
È stata una scelta deliberata.
Volevo che il libro potesse essere letto anche da chi non ha mai studiato linguistica, retorica, psicologia o scienze della comunicazione. E soprattutto anche dai più giovani, che oggi vivono immersi in una quantità di linguaggio probabilmente senza precedenti: notifiche, video, commenti, slogan, titoli, chatbot, messaggi, immagini accompagnate da poche parole.
Il sapere specialistico non viene eliminato.
Viene tradotto.
Dal pensiero umano all'intelligenza artificiale. E ritorno.
Questo libro nasce direttamente da una riflessione iniziata in "Pensiero umano, intelligenza artificiale".
In quel lavoro mi ero chiesto quali capacità umane valesse la pena riscoprire e valorizzare proprio mentre l'intelligenza artificiale diventava sempre più capace di svolgere attività che fino a poco tempo prima consideravamo esclusivamente "nostre".
Tra quelle capacità avevo inserito quello che chiamavo il "Superpotere delle parole".
Da quel capitolo è nato questo libro.
Oggi il collegamento mi sembra persino più evidente.
Viviamo in un momento in cui un'intelligenza artificiale può scrivere un testo, riassumere un documento, proporci una risposta, completare una frase, suggerire un titolo, imitare registri linguistici e produrre in pochi secondi una quantità di parole che a un essere umano richiederebbe ore.
Proprio per questo la questione non può essere soltanto chi riesca a produrre più parole o a produrle meglio.
Diventa importante conservare la capacità di riconoscerle, interrogarle, scegliere quali accettare e capire quando stanno orientando il nostro modo di vedere le cose.
Nel libro precedente il "Superpotere delle parole" era una delle capacità umane da riscoprire nell'era dell'IA.
Qui diventa il centro dell'indagine.
Perché possiamo delegare a una macchina la scrittura di una frase.
Molto meno innocuo sarebbe delegarle, senza accorgercene, le parole con cui pensiamo.
A chi è rivolto
Ho scritto questo libro pensando a chi lavora nella comunicazione, nel marketing, nella scuola e nell'informazione, ma non soltanto a loro.
L'ho scritto pensando ai genitori e agli insegnanti. A chi segue la politica e vuole comprendere meglio la comunicazione pubblica, e a chi della politica si interessa pochissimo.
A chi passa parte della giornata tra social, titoli, notifiche, video brevi e discussioni online.
E soprattutto a chiunque abbia avuto almeno una volta la sensazione che una conversazione fosse già stata indirizzata prima ancora di cominciare.
Il libro non promette l'immunità dalla persuasione.
Sarebbe una promessa piuttosto presuntuosa.
Mi piacerebbe offrisse qualcosa di più realistico:
qualche secondo in più tra le parole che ci raggiungono e il giudizio che formuliamo.
Perché ho scritto "Le parole con cui pensiamo"
Che le parole abbiano un potere non è una scoperta.
Lo sappiamo da molto tempo.
Ciò che mi interessa è rendere quel potere visibile proprio nelle frasi che normalmente ci sembrano troppo comuni per meritare attenzione.
Perché, quando cominciamo a guardarle in questo modo, cambia anche la domanda che ci facciamo.
Non soltanto:
"Che cosa mi stanno dicendo?"
Ma:
"Che cosa sta facendo questa frase mentre me lo dice?"
È probabilmente qui che ritrovo il "Superpotere delle parole" da cui ero partito.
Non nella capacità di possedere formule più efficaci per convincere gli altri.
Nella possibilità di diventare un po' più consapevoli delle parole che utilizziamo per interpretare noi stessi, gli altri e ciò che accade intorno a noi.
Perché il vero rischio non è soltanto che qualcuno trovi le parole giuste per convincerci.
È che, senza accorgercene, finiamo per usare proprio quelle parole per pensare.