In Italia il lavoro non manca: nel 2023 oltre 2,4 milioni di posti sono rimasti scoperti in edilizia, logistica, agricoltura e ristorazione. Mentre i giovani laureati espatriano, le imprese cercano manodopera che non trovano. Un’analisi dei paradossi educativi e possibili soluzioni.
Sul tema della fuga dei talenti abbiamo già approfondito in un articolo dedicato, che analizza numeri, cause e possibili soluzioni per fermare l’esodo dei laureati: leggi qui
Oggi allarghiamo lo sguardo e affrontiamo l’altra faccia di questo paradosso: la mancanza di manodopera nei settori manuali e tecnici.
Laureati in aumento, ma anche in fuga all’estero
Negli ultimi anni l’Italia ha visto crescere il numero di giovani con titoli di studio elevati, eppure molti di essi non trovano opportunità adeguate nel Paese. Questo porta a un fenomeno preoccupante di “fuga dei cervelli”: dal 2013 al 2023 hanno trasferito la residenza all’estero in media 56 mila italiani l’anno (al netto di chi rientra). La fascia più colpita è quella dei 18-34 anni, cioè i giovani in età lavorativa iniziale. Solo nel 2023 circa 114 mila italiani sono emigrati a fronte di 61 mila rimpatri, con un saldo negativo di 53 mila unità.
In media 15 mila laureati italiani all’anno hanno lasciato il Paese nell’ultimo decennio. Nell’ultimo biennio, oltre il 45% di chi espatria tra i 25 e i 39 anni possiede una laurea. Un dossier Istat parla di circa 700 mila neolaureati che hanno lasciato l’Italia in cerca di fortuna negli ultimi anni.
L’Italia investe nella formazione universitaria di tanti giovani, ma non riesce a trattenerli. La mancanza di posti di lavoro qualificati, stipendi competitivi e prospettive di carriera spinge molti a cercare opportunità altrove. Il risultato è uno squilibrio: eccedenza di competenze teoriche da un lato, carenza di competenze pratiche e manodopera dall’altro.
Posti di lavoro scoperti nei settori manuali e tecnici
Parallelamente all’aumento dei laureati in fuga, le imprese italiane non riescono a coprire migliaia di posizioni lavorative in ambito manuale, tecnico e operativo. Nel 2023 le aziende hanno segnalato difficoltà nel coprire il 45,1% del personale necessario, pari a circa 2,48 milioni di posti rimasti scoperti. A metà 2024 la quota è salita al 47,6%, con 270 mila posti vacanti in un solo mese.
Le piccole imprese artigiane sono le più colpite: nel 2023 non hanno trovato il 48,1% della manodopera necessaria, percentuale che arriva al 55,2% nelle imprese artigiane.
Tra i mestieri più richiesti e difficili da coprire troviamo:
- operatori socio-sanitari (OSS)
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acconciatori ed estetisti
- autisti di autobus e mezzi pesanti
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carpentieri ed escavatoristi nell’edilizia
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pizzaioli e pasticceri nella ristorazione
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geometri, elettricisti qualificati e mediatori culturali
Si tratta di lavori manuali, tecnici o artigianali, spesso ben retribuiti e con domanda elevata, ma che faticano ad attrarre giovani italiani.
I giovani e il rifiuto dei lavori manuali
Il cuore del problema sta nell’orientamento culturale ed educativo. Negli ultimi decenni scuola e famiglie hanno spinto verso percorsi accademici, promettendo migliori opportunità. Questo ha generato un pregiudizio verso i mestieri manuali. Circa il 65% dei giovani non è attratto da queste professioni, preferendo licei e università.
Si è diffusa l’idea che i lavori d’ufficio avessero uno status superiore rispetto a quelli operai o artigianali. Così gli istituti tecnici e professionali sono stati considerati opzioni di “serie B”. Il risultato è un disallineamento: mancano tecnici, artigiani e figure operative, mentre proliferano laureati in settori già saturi.
C’è poi un tema di condizioni: stipendi percepiti come bassi, turni disagiati, contratti brevi e scarsa stabilità. Non è raro che molti giovani preferiscano restare inattivi piuttosto che accettare lavori che non garantiscono dignità e prospettiva.
Immigrati a colmare il vuoto nella manodopera
In molti settori la carenza è compensata dall’immigrazione. Oggi i lavoratori stranieri rappresentano oltre il 10% degli occupati in Italia, con punte del 14,8% nelle imprese in generale e del 17,1% nelle PMI. Settori come agricoltura, edilizia, logistica, ristorazione e assistenza familiare dipendono in larga misura dalla manodopera straniera.
Spesso si tratta di persone sovraqualificate: secondo Eurostat, il 67% dei lavoratori extra-UE in Italia svolge mansioni al di sotto del proprio livello di istruzione, contro il 20% degli italiani. In altre parole, laureati stranieri accettano lavori umili che i nostri giovani istruiti rifiutano.
Le proiezioni demografiche indicano che questo ricorso sarà sempre più necessario: entro il 2040, solo al Nord, serviranno circa 2 milioni di lavoratori stranieri in più per sopperire al calo di forza lavoro locale.
I paradossi del sistema educativo italiano
Questa situazione mette in luce i paradossi dell’istruzione:
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sempre più laureati disoccupati o sottoccupati e, al contempo, mancanza di tecnici e artigiani;
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risorse pubbliche investite per formare giovani che poi producono ricchezza all’estero, mentre importiamo forza lavoro per i mestieri meno qualificati;
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svalutazione della formazione professionale a favore di percorsi accademici, con interi mestieri artigiani senza ricambio generazionale;
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un sistema che trasmette molte conoscenze teoriche, ma poche competenze pratiche, lasciando i giovani impreparati al lavoro reale.
In sintesi, formiamo sempre più persone ai massimi livelli, ma ci ritroviamo con una penuria di competenze di base.
Verso un nuovo equilibrio formazione-lavoro
Per affrontare questo doppio problema serve un ripensamento culturale e strutturale.
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Rivalutare la formazione tecnica e professionale, potenziando gli istituti tecnici e gli ITS.
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Creare legami più stretti tra scuola e imprese.
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Incentivare apprendistati e percorsi artigiani, restituendo dignità a tutti i lavori.
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Offrire condizioni di lavoro competitive per trattenere i talenti qualificati.
- Programmare meglio i flussi migratori, valorizzando l’apporto positivo dell’immigrazione.
Il paradosso educativo italiano si potrà risolvere solo riconoscendo valore e dignità a ogni forma di lavoro.
Dal ricercatore al carpentiere, nessuna professione è di serie B.
In gioco non c’è solo il futuro dei giovani, ma la competitività e la coesione sociale del Paese nei prossimi decenni.
Fonti:
- ISTAT – Dati su emigrazione giovanile e laureati (2013-2023)
- Orizzonte Scuola – Approfondimenti su laureati in fuga e mestieri introvabili
- Ministero del Lavoro – XIV Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”
- Eurostat – Dati sul tasso di sovra-qualificazione dei lavoratori immigrati in Italia
L’Autore
Luigi Resta, esperto di tecnologia e comunicazione, autore del libro “Pensiero Umano, Intelligenza Artificiale”. Da anni mi occupo del rapporto tra uomo e tecnologia, con un’attenzione particolare al valore dell’intelligenza umana nell’era digitale.