Caro studente, non devi diventare bravo per cominciare.
A settembre succede spesso una cosa curiosa: insieme ai libri nuovi e ai quaderni ancora intonsi arrivano anche i buoni propositi. Quest'anno studierò di più, mi organizzerò meglio, non arriverò sempre all'ultimo momento, ecc. ecc. Poi arriva ottobre e scopriamo che settembre, poveretto, non aveva alcuna intenzione di cambiarci la vita. Non c'è niente di strano, succede anche agli adulti con gennaio, con il lunedì, con il famoso "da domani". Ci piace pensare che esista un momento preciso nel quale riusciremo finalmente a fare meglio qualcosa che fino al giorno prima ci riusciva male.
Tra questi propositi c'è spesso anche l'idea di diventare più bravi. Bravo, a scuola, è una parola che usiamo parecchio: "Non sono bravo in matematica", "non sono bravo a scrivere", "non sono portato per le lingue", fino al più definitivo "io non riesco a studiare". Può darsi che una materia ci venga meno naturale di un'altra, ci mancherebbe. Non siamo tutti uguali e non vedo perché dovremmo esserlo. C'è chi memorizza velocemente, chi ha bisogno di scrivere, chi comprende una formula solo dopo qualche esempio e chi legge una pagina una volta e sembra averla fotografata. Quello a cui starei attento è il momento in cui questa cosa mi riesce difficile diventa io sono fatto così, perché a quel punto non stiamo più parlando di matematica, inglese o storia: stiamo cominciando a raccontarci qualcosa su noi stessi.
E ai racconti che facciamo su di noi, a forza di ripeterli, finiamo per credere. Se sono convinto di non essere portato per matematica, davanti al prossimo esercizio mi aspetterò già di sbagliare; magari guarderò la soluzione un po' prima di quanto avrei fatto altrimenti, oppure aspetterò che sia qualcun altro a fare quella domanda che avrei voluto fare io. Se poi il compito andrà male, tutto tornerà perfettamente: "Lo sapevo". È un meccanismo che si alimenta abbastanza bene da solo. E forse è anche per questo che, crescendo, diventiamo così veloci nello stabilire ciò che sappiamo fare e ciò che invece, secondo noi, non fa per noi.
Da piccoli eravamo decisamente più tolleranti. Un bambino sbaglia continuamente, pronuncia male le parole, non sa allacciarsi le scarpe, prova a prendere una palla e la manca. Nessuno trova particolarmente preoccupante che non sia bravo al primo tentativo; sta imparando, tutto qui. A scuola la faccenda si complica anche perché arriva il voto. La scuola deve valutare, naturalmente, e il voto ha una sua funzione, ma rimane il risultato di una prova fatta in un determinato momento. Un cinque può dire che quel compito è andato male, non può sapere nulla del compito che farai fra sei mesi. Noi, invece, qualche volta crediamo di saperlo già e rischiamo di trasformare un risultato in una previsione.
Nel 2024, scrivendo Pensiero Umano, Intelligenza Artificiale, mi sono soffermato a lungo sulla motivazione e sulla sua origine, legata al latino motus, movimento. Mi piace ancora oggi perché mette qualche dubbio in una convinzione piuttosto diffusa: l'idea che per muoverci dobbiamo prima sentirci motivati. Nella realtà non succede sempre così. Capita di rimandare un compito per mezz'ora, girarci intorno, controllare il telefono, alzarsi per bere e scoprire improvvisamente che proprio quello è il momento giusto per sistemare qualcosa sulla scrivania che fino a cinque minuti prima non ci interessava minimamente. Poi, alla fine, cominci. Il compito magari continua a non piacerti e non hai scoperto nessuna passione nascosta per le equazioni, ma dopo un po' sei dentro a ciò che stai facendo e una parte l'hai fatta. Qualche volta la motivazione era già lì, altre volte arriva strada facendo; ci sono anche pomeriggi in cui non arriva affatto e sei semplicemente contento quando hai finito.
Per questo non sono molto convinto dell'idea di aspettare di sentirsi pronti. Essere pronti per qualcosa che ancora non sappiamo fare è già una richiesta piuttosto complicata. E naturalmente cominciare non garantisce nemmeno il risultato: puoi studiare e prendere comunque un brutto voto, impiegare due ore per capire ciò che un compagno sembra aver capito in venti minuti, cambiare metodo e scoprire che quello nuovo funziona peggio del precedente. Succede. Ma anche questa è una parte dello studio di cui forse parliamo troppo poco: insieme alle materie dobbiamo imparare anche come impariamo noi. C'è chi ha bisogno di prendere appunti, chi deve ripetere ad alta voce, chi prima deve vedere il quadro generale e poi entrare nei dettagli. E c'è anche chi sottolinea tutto e, prima o poi, scopre che sottolineare tutto equivale più o meno a non sottolineare niente.
Questo ragionamento oggi ha un elemento in più, perché se un esercizio non ti riesce puoi darlo a un'intelligenza artificiale e avere la soluzione in pochi secondi. Puoi farle riassumere un capitolo, correggere un testo, preparare uno schema o spiegarti lo stesso concetto in cinque modi diversi. Sono strumenti formidabili e non vedo perché non dovremmo usarli. La domanda, semmai, è per fare cosa.
Se non riesci a risolvere un'equazione puoi fotografarla, ottenere il risultato e copiarlo: il problema di consegnare il compito è risolto. Oppure puoi mostrarle quello che hai fatto e chiedere: "Sono arrivato fin qui e da questo passaggio non capisco più niente. Dove sto sbagliando?". L'intelligenza artificiale è la stessa, ma tu non stai facendo la stessa cosa.
Nel secondo caso rimane quel pezzo un po' scomodo dell'apprendimento in cui hai provato, qualcosa non ha funzionato e devi capire perché. Non penso che la fatica abbia un valore in sé e non ho mai trovato particolarmente convincente l'idea che più una cosa ci costa, più ci faccia bene. Ci sono fatiche inutili e sono ben contento quando la tecnologia ce le risparmia. Ce ne sono però altre durante le quali costruiamo capacità senza accorgercene troppo: rimanere un po' più a lungo davanti a qualcosa che non capiamo, tornare sui nostri passi, accorgerci che avevamo interpretato male una domanda, trovare parole diverse per spiegare quello che abbiamo in testa o semplicemente dire "non ho capito". Quest'ultima, tra l'altro, qualche volta richiede più coraggio di quanto sembri.
È anche per questo che continuo a pensare che studiare non serva soltanto a sapere di più, ma a diventare di più. Non ricorderai tutto ciò che studi e sarebbe piuttosto ingenuo prometterti il contrario: io stesso ho dimenticato una quantità notevole di quello che ho imparato a scuola. Ma dimenticare una formula non significa necessariamente perdere tutto ciò che è accaduto mentre cercavi di comprenderla. Le parole che impariamo aumentano le possibilità che abbiamo per esprimere un pensiero; la storia, quando la studiamo davvero e non soltanto per ricordare una data, ci abitua a cercare cause, conseguenze e punti di vista diversi; la matematica ci ricorda che avere il risultato senza sapere come ci siamo arrivati non è esattamente la stessa cosa. E poi rimangono anche le cose che scopriamo su noi stessi, compreso il fatto che una materia che ieri sembrava impossibile oggi magari è soltanto difficile. Che non è la stessa cosa.
Perciò, se a settembre hai voglia di fare qualche buon proposito, fallo pure. Io eviterei soltanto di partire da "quest'anno voglio diventare bravo", perché bravo dice tutto e niente e soprattutto sembra qualcosa che dovremmo essere prima ancora di aver cominciato. Mi interesserebbe di più capire cosa succede se, prima di guardare la soluzione, provo davvero l'esercizio; se faccio quella domanda che sto aspettando faccia qualcun altro; se scopro quale metodo funziona per me invece di copiare quello del compagno che prende nove. Non serve cambiare tutto insieme, anche perché di solito è il modo migliore per non cambiare niente.
E quando viene da pensare "non sono capace", forse vale la pena lasciare la frase lì per un momento prima di trasformarla in una definizione. A volte non siamo capaci davvero, almeno in quel momento. A volte non abbiamo ancora capito come fare, non abbiamo provato abbastanza o abbiamo semplicemente bisogno di più tempo. È difficile sapere in anticipo quale delle due cose sia vera.
Forse, allora, possiamo permetterci di aggiungere una parola:
"Non sono capace, ancora."
Quell'ancora non promette che riusciremo, non trasforma un quattro in un otto e non serve a raccontarci che andrà tutto bene. Fa una cosa molto più piccola: evita che quello che è successo oggi diventi automaticamente una definizione di ciò che saremo domani.
È una questione sulla quale sto tornando spesso e che avrà spazio anche nel mio prossimo lavoro: quante delle parole che usiamo per descriverci raccontano davvero ciò che ci è successo e quante, invece, finiscono per decidere chi siamo?
Per ora mi terrei stretto quell'ancora.
L'Autore
Luigi Resta, esperto di tecnologia e comunicazione, autore del libro "Pensiero Umano, Intelligenza Artificiale". Da anni mi occupo del rapporto tra uomo e tecnologia, con un'attenzione particolare al valore dell’intelligenza umana nell’era digitale.


